di Stefano Di Maria
ACAB è una delle migliori serie di Netflix da quando ha cominciato a produrre anche in Italia. Se non proprio la migliore, era da parecchio tempo che non se ne vedeva una così sulla piattaforma. Prodotta in sei episodi da Cattleya (la stessa di GOMORRA – La serie), parte di ITV Studios, è tratta dall’opera letteraria “ACAB” di Carlo Bonini (Feltrinelli) ed è ispirata al film ACAB di Stefano Sollima, che in questo progetto ricopre il ruolo di produttore esecutivo.
Qui sotto il trailer ufficiale
ACAB – La trama
Una notte di feroci scontri in Val di Susa una squadra del Reparto Mobile di Roma resta orfana del suo capo, che rimane gravemente ferito. Quella di Mazinga (Marco Giallini), Marta (Valentina Bellè) e Salvatore (Pierluigi Gigante), però, non è una squadra come le altre: è Roma, che ai disordini ha imparato a opporre metodi al limite e un affiatamento da tribù, quasi da famiglia. Una famiglia con cui dovrà fare i conti il nuovo comandante, Michele (Adriano Giannini), figlio invece della polizia riformista, per cui le squadre come quella sono il simbolo di una vecchia scuola, tutta da rifondare.

ACAB – La recensione
Per certi versi la miniserie Netflix, affidata alla sapiente regia di Michele Alhaique (lo stesso di BANG BANG BABY), è innovativa, quasi sperimentale: di un realismo che lascia senza fiato, ha un ritmo frenetico, gioca sui primi piani e sui movimenti di macchina lasciando quasi stordito lo spettatore, facendolo entrare fin dalle prime sequenze nel clima di violenza e solitudine che divora il quotidiano della squadra mobile protagonista.
Ci vengono mostrati le ombre di chi sta sotto i caschi durante le sommosse, agenti che hanno senso del dovere ma talvolta travalicano il confine del lecito, e il clima di malcontento della gente verso le istituzioni: dai No-Tav a chi è contro gli immigrati, alle fazioni che sfogano tutto il loro odio durante le partite di calcio. Gli scontri di piazza vengono mostrati senza filtri, anzi messi sotto la lente d’ingrandimento, tanto da risultare quasi disturbanti. Ma quella è la realtà, sono le scene che vediamo – edulcorate dai Tg – mentre ce ne stiamo comodamente seduti in poltrona o a tavola. ACAB non prende posizione, anzi sembra voler specchiare la rabbia dei manifestanti con quella dei poliziotti che riversano le loro frustrazioni sul lavoro. Un lavoro sfiancante ma del quale sembrano non poter fare a meno.

La scrittura sceglie di raccontare anche il privato del Reparto Mobile, ricordandoci che raramente ci chiediamo chi ci sia sotto quei caschi: persone che faticano a campare, coi problemi familiari di tutti, consumate dalla solitudine, le cui vite vanno in pezzi perché condizionate da un lavoro così violento. Ne scaturisce il ritratto di un caos relazionale e di una fragilità interiore inimmaginabili, con ognuno dei componenti della squadra chiamato a mettere in discussione se stesso, l’appartenenza al gruppo e il proprio lavoro.

Le performance attoriali sono di altissimo livello: in particolare Marco Giallini, perfetto nel ruolo del poliziotto che “crolla” mettendosi in discussione a 60 anni; Adriano Giannini, nei panni di chi agisce diversamente sul lavoro ma si fa contagiare dai colleghi per il difficile momento che attraversa; Valentina Bellè (già apprezzata in THE GOOD MOTHERS) interpreta Marta, pronta a tutto per proteggere la figlia dall’ex marito violento; Pierluigi Gigante è Salvatore, proprio un gigante buono che cerca l’amore a suo rischio e pericolo.

ACAB, che ambisce a diventare la migliore serie italiana dell’anno, esce proprio in un momento nel quale la polizia è messa sotto accusa per la morte del giovane Ramy: estremamente di attualità, è destinata a far discutere. Un solo difetto: l’audio talvolta poco comprensibile, così come il dialetto troppo abusato nei dialoghi. Il consiglio è di vederla sottotitolata.
VOTO: 4/5
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