di Stefano Di Maria
ASUNTA racconta dell’omicidio di Asunta Basterra, uno dei casi più scioccanti avvenuti in Spagna nel 2013. Quella di Netflix è una miniserie, a metà fra true crime e legal drama, che può urtare le persone più sensibili, ma era necessaria per gettare luce su una vicenda che ha fatto molto discutere e per riflettere su temi di grande attualità: i metodi, non sufficientemente accurati, con cui si assegnano le adozioni internazionali; i segreti inconfessabili che possono nascondersi dietro la facciata perbenista di una famiglia come tante; il ruolo dell’informazione in casi di omicidio così eclatanti. Fermo restando che, per quanto il processo si sia conclusa con la condanna dei genitori, non c’è un punto fermo, non c’è certezza su come si siano svolti i fatti. Aspetto che la miniserie mette bene in evidenza.

ASUNTA – La trama
Il 21 settembre 2013 Rosario Porto e Alfonso Basterra denunciano la scomparsa della figlia Asunta, trovata morta poche ore dopo vicino a una strada nella periferia di Santiago de Compostela.
Gli indizi trovati dalla polizia sembrano subito puntare proprio nella direzione della coppia. La notizia sconvolge la città e la nazione. Cosa può portare due genitori a uccidere la propria figlia? E cosa si nasconde dietro alla facciata di famiglia perfetta?

ASUNTA – La recensione
ASUNTA racconta una vicenda che non può non avere presa sulle famiglie e sui genitori: per questo, da quando è stata rilasciata a fine aprile da Netflix, è saldamente ancorata ai primi posti della top ten.
Com’è possibile che due genitori adottivi possano arrivare a uccidere la figlia che hanno tanto desiderato? La miniserie tenta di dare una risposta raccontando l’antefatto, i giorni e mesi precedenti il ritrovamento del cadavere; l’arresto di Rosario e Alfonso, da subito considerati colpevoli dal giudice per le indagini preliminari, con reazioni e conseguenze; la ricostruzione dei fatti per arrivare all’imputazione per omicidio e il processo.

Un legal drama in piena regola, che però non è mai noioso, anzi appassiona e, a tratti, è anche avvincente: lo spettatore è spinto ad andare avanti con la visione perché vuol sapere, vuole scoprire che cosa sia davvero successo. In questo senso è fondamentale il quinto episodio, che mostra due possibili ricostruzioni dell’omicidio: una colpevolizza solo Rosario, l’altra anche Alfonso. Ci si ritrova quindi a farsi un’idea propria, a ipotizzare una spiegazione sulla base della personalità dei due imputati, interpretati magistralmente da Ren Hanami e Tristán Ulloa. Le loro doti recitative restituiscono perfettamente la psicologia di una coppia ambigua e ombrosa, che professa la sua innocenza in modo determinato quasi credendoci loro stessi. Sì, perché che siano colpevoli non ci sono dubbi: la verità processuale, tuttavia, non è esaustiva, non arriva a spiegare come siano andate realmente le cose. In un certo senso è come se la loro condanna a 18 anni non abbia reso giustizia alla povera Asunta.
La miniserie, in sei episodi di circa 50 minuti, ha una regia e una scrittura che si prendono tutto il tempo, eppure non rischia di annoiare perché indaga perfettamente i fatti e le menti disturbate dei genitori di Asunta. Spingendoci a diffidare anche del nostro vicino più affidabile.
GIUDIZIO: 4 su 5
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