di Stefano Di Maria
Trasporre in versione seriale la saga CENT’ANNI DI SOLITUDINE, di Gabriel Garcia Marquez: nessuno ci aveva provato finora, ma Netflix ha osato e possiamo dire che il risultato è di tutto rispetto. Credendo in un progetto oltremodo grandioso, che ha richiesto un notevole investimento e l’impiego di un migliaio di operai per allestire i set in Colombia, il colosso dello streaming ha affidato la serie ai registi Alex Garcia Lopez e Laura Mora Ortega, che nel realizzarla si sono avvalsi della consulenza dei figli dello scrittore premio Nobel per la letteratura nel 1982.
Considerato un capolavoro della letteratura ispano-americana e universale, il romanzo del 1967 ha ottenuto un enorme consenso popolare, ha venduto oltre 50 milioni di copie ed è stato tradotto in più di 40 lingue. Per questo, per quanto ci siano dei limiti sull’esito della trasposizione in serie tv, bisogna apprezzare il coraggio di Netflix, che ci ha creduto fino in fondo. Questa è la nostra recensione della prima parte di otto episodi, cui ne seguiranno altri otto.
Qui sotto il trailer ufficiale
CENT’ANNI DI SOLITUDINE – La storia
Dopo essersi sposati contro la volontà dei genitori, i cugini José Arcadio Buendía e Úrsula Iguarán lasciano il loro villaggio e intraprendono un lungo viaggio alla ricerca di una nuova casa. Il loro percorso in compagnia di amici e avventurieri culmina con la fondazione di una cittadina utopica sulle rive di un fiume dal letto di pietre preistoriche, che battezzeranno Macondo.
A segnare il futuro di questo mitico luogo saranno diverse generazioni della stirpe dei Buendía, tormentate dalla follia, da amori impossibili, da una guerra sanguinosa e assurda e dalla paura di una terribile maledizione che li condanna, senza speranza, a cent’anni di solitudine.
CENT’ANNI DI SOLITUDINE – La recensione
La serie targata Netflix non si prende, per così dire, licenze poetiche: rappresenta in tutto e per tutto l’opera di Marquez, al punto da risultare talvolta didascalica. Il ritmo, spesso compassato, mette a dura prova una visione già di per sé impegnativa: sia per chi ha letto il libro sia per chi no, è comunque appassionante e per certi versi avvincente. Le vicende della famiglia Buendìa scorrono sul piccolo schermo con quel realismo magico che è stato la forza del libro: ci sono fantasmi; quando qualcuno commette peccato in casa, mura e mobili tremano come ci fosse un terremoto; la morte di un figlio che resterà misteriosa dà origine a una scia di sangue che attraversa l’isolato fino a raggiungere la madre; nell’ultimo episodio è strepitosa la cura registica e della fotografia nel mettere in scena una pioggia di fiori gialli che ricopre case e strade del villaggio.

A fare da sfondo sono l’impressionante realismo e la potenza scenografica con cui viene raccontata la vita delle piccole comunità colombiane come l’immaginaria Macondo. Il cast ce la mette tutta proprio per non perdere il realismo anche nei dialoghi e nelle interpretazioni, eppure non sempre ci riesce: è come se le produzioni sudamericane, così come quelle spagnole, per quanto budget ci si metta, soffrano di una maledizione come quelle della famiglia Buendìa il cui destino sembra già scritto: a dispetto dello sforzo produttivo, non riescono quasi mai a scrollarsi di dosso quella parvenza di soap.

Ma i pregi di CENT’ANNI DI SOLITUDINE superano di gran lunga i difetti. E’ una storia di amore e sconfinata sensualità, di sofferenza e solitudine (quella che sembra provare ogni singolo personaggio per tutta la sua vita). Sullo sfondo, la politica, l’inutilità e brutalità della guerra (che sembra ricordarci quanto poco sia cambiato da allora), ma anche la forza della fantasia, della creatività e della conoscenza per sconfiggere quel mal di vivere che talvolta s’insinua nella testa come un veleno.
GIUDIZIO: 4/5
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