
di Stefano Di Maria
Per chi cerca l’azione è uscita una miniserie senza troppe pretese ma tutto sommato ben confezionata e in parte riflessiva: è JAGUAR, rilasciata dalla piattaforma Netflix e prodotta in Spagna, dove il colosso dello streaming sta sempre più puntando le sue produzioni seriali.
Stavolta ci troviamo nella Madrid negli anni Sessanta. Una sorta di task-force di cacciatori di nazisti tenta di catturare alcuni gerarchi del Terzo Reich che si sono rifugiati in Spagna sotto la protezione del regime di Franco. Gli stessi che mangiano, rievocando il loro passato, nel ristorante dove lavora Isabel Garrido, sopravvissuta a Mauthausen, dove ha visto morire il padre e il fratello. E’ lei la protagonista della storia: decisa a vendicare la famiglia a ogni costo uccidendo il comandante delle SS Otto Bachnan, verrà assoldata dalla squadra di una misteriosa organizzazione che dà la caccia ai nazisti non per vendetta ma per giustizia, per farli processare come a Norimberga. Anch’essi sopravvissuti ai campi di sterminio, vogliono catturare chi sta sopra Otto, Haribert Heim, e saranno disposti a tutto, anche a rischiare la vita, per riuscirci.

I sei episodi della miniserie sono un mix di thriller e drama che mischia la storia alla fantasia, catapultando fin dall’inizio lo spettatore nell’atmosfera degli anni Sessanta in una Madrid perfettamente ricostruita, dove i nazisti vivono come se nulla fosse, addirittura senza nascondere i loro nomi. Nei panni di Isabel c’è Blanca Suarez, una delle protagoniste de LE RAGAZZE DEL CENTRALINO, qui in una parte inedita per lei, che riesce a reggerla in modo convincente anche se non indimenticabile. Proprio come il resto del cast, che riesce a tenere il passo con una storia dal ritmo serrato e molte scene adrenaliniche, che lasciano col fiato sospeso. La grossa pecca sono i vuoti narrativi: soprattutto quello che a metà della storia non spiega come tutti i personaggi siano riusciti a sopravvivere all’impatto fra due barche che genera un’esplosione. Nell’episodio successivo la storia riprende in altri luoghi come niente fosse accaduto. Questa carenza in fase di scrittura viene tuttavia compensata dal ritmo incalzante, da una vicenda che appassiona come solo gli spagnoli sanno fare (a proposito, non manca un coming out gay al limite del melenso).
Il paragone con HUNTERS (2020), serie televisiva di Amazon Prime con Al Pacino, che trattava lo stesso tema, è inevitabile. Ma JAGUAR va preso com’è: non pretende di essere un capolavoro, ma fa un buon intrattenimento, richiamando anche l’attenzione sull’ingiustizia di chi comandava nei campi di sterminio e alla fine della guerra era riuscito a scappare facendosi una nuova vita. D’altro canto ci sono i giaguari, come si consideravano i cacciatori di nazisti: così si chiamavano i guerrieri aztechi del XII secolo che lottavano per la loro gente, disposti a morire senza prendersi i riconoscimenti come le aquile, i guerrieri che non stavano in prima linea: “Noi siamo come i giaguari – dice il capo a Isabel – Non cerchiamo la gloria ma la libertà”.
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