di Stefano Di Maria
Riserva molte sorprese la serie turca Netflix KUBRA, un mistery a cavallo tra fede e religione, quanto basta per accalappiare l’attenzione degli abbonati. Non per niente, subito dopo l’uscita, a fine gennaio, è finita nella top ten della piattaforma a stelle e strisce. Ma c’è un altro motivo se ha attirato tanta curiosità: sui social si è ironizzato parecchio sul nome del protagonista Gökhan, la cui pronuncia “ghiocan” ricorda una bestemmia. Viene da chiedersi se non cambiare il nome in Italia sia stata una scelta di marketing, per farne parlare, o la volontà di restare fedeli all’originale.

KUBRA – La Trama
Tratta dal romanzo di Afsin Kum, la serie originale Netflix è ambientata nelle periferie di Istanbul, dove Gökhan cerca di mettere ordine nella propria vita per sposare la donna che ama. La sua ordinaria esistenza è messa sottosopra quando inizia a ricevere messaggi da un utente di nome Kübra tramite una piattaforma di amicizie online di cui fa parte, detta “Tu sei diverso!”. Con il passare del tempo Gokhan capisce il significato del messaggio che aveva inizialmente ignorato e scopre chi sia Kübra, che gli fornisce informazioni e avvertimenti su cose ignote ed eventi imprevisti.
Quando accetta il messaggio, Gökhan intraprende un percorso difficile, tra schiere di nemici e di sostenitori, finendo per partecipare a un conflitto che considera una guerra tra la luce e le tenebre.

KUBRA – La recensione
Con questa nuova produzione la Turchia fissa un altro tassello del mosaico della sua serialità, che si sta imponendo sempre più nel mercato mondiale con storie intriganti, seppure al netto di innegabili imperfezioni di resa scenica o eccessivo melò.
Protagonista è il bravo attore turco Çağatay Ulusoy, che abbiamo già avuto modo di apprezzare ne IL SARTO, serie in cui interpretava uno stilista. In KUBRA la trasformazione è innegabile: il suo Gökhan è un uomo tormentato, diviso fra il non sentirsi all’altezza e la presunzione di essere il prescelto da Dio. Circondato da attori di bravura media, Ulusoy regge il peso dell’intera serie sulle sue spalle, ma visto il tema trattato rischia di stancare. A un certo punto la trama si fa così lenta che a spingere lo spettatore a proseguire la visione è la volontà di scoprire il mistero della storia, la spiegazione che arriva nell’episodio conclusivo.
KUBRA tratta temi impegnativi: al di là della trama ricca di colpi scena, pone riflessioni di non poco conto. Ci mostra i nuovi media e le loro potenzialità, evidenzia le loro accezioni negative e gli effetti deleteri sulla massa che può credere a tutto e al contrario di tutto (soprattutto quando di mezzo c’è la religione). Allo stesso tempo punta i riflettori sul risvolto della medaglia, quelle accezioni positive che possono risvegliare la nostra positività, la nostra connessione col mondo che ci circonda, in particolare a vantaggio dei più fragili e deboli.
Tanti i quesiti che la serie, in otto episodi da circa 40 minuti, mette sul tavolo, a cui non fornisce tutte le risposte. Ci sarà tempo per la seconda, già annunciata, stagione. KUBRA, infatti, ha funzionato meglio di MESSIAH, altra serie Netflix che trattava gli stessi temi ma è stata sospesa dopo la prima stagione.
GIUDIZIO: 3 su 5
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