di Stefano Di Maria
Che delusione. Non poca delusione ma tanta, anche troppa. LA VITA CHE VOLEVI, nuova serie Netflix in uscita domani 29 maggio, è una fiction che sembra finita per sbaglio nel catalogo Netflix. Abbiamo visto in anteprima, per gentile concessione del colosso dello streaming, le prime due puntate e dobbiamo dire che le nostre aspettative si sono spente già dalle prime sequenze, come vedremo nella nostra recensione.
Prodotta da Banijay Studios Italy, creata e diretta da Ivan Cotroneo, lo show vede Vittoria Schisano nel ruolo della protagonista Gloria. Nel cast anche Giuseppe Zeno (Sergio) e Pina Turco (Marina).
Qui il trailer.
LA VITA CHE VOLEVI – LA TRAMA
Gloria è convinta di aver trovato la felicità a Lecce, dove ha fondato una piccola agenzia turistica e trovato l’amore con Ernesto. Ma un giorno la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di Marina, sua amica ai tempi dell’università a Napoli, prima che Gloria iniziasse il suo percorso di transizione. Marina porta con sé Andrea e Arianna, i figli avuti da due diverse relazioni, ed è incinta di un terzo, il cui padre è Pietro, un giovane dal carattere passionale e forse anche pericoloso.
Gloria preferirebbe non riallacciare i rapporti con Marina, lei le ricorda una parte della sua vita che vorrebbe dimenticare. Marina nasconde però molti segreti e presto in scena arriverà anche Sergio, il padre di Arianna, un uomo tutto d’un pezzo, fin da subito molto diffidente nei confronti di Gloria. Per lei, è giunto il momento di fare i conti con “la vita che voleva”, il suo passato e il suo futuro, per scoprire che la felicità a volte arriva in forme inaspettate e che l’amore è l’unica forza capace di rendere la vita degna di essere vissuta.

LA VITA CHE VOLEVI – LA RECENSIONE
Quello che non funziona, come si nota fin dalla prima scena, è la recitazione. Così come la regia, che non spicca per virtuosismi o chissà quali scelte stilistiche. E’ un peccato, perché il materiale per raccontare una bella storia c’era tutto: le potenzialità non mancavano essendo protagonista una transgender. E’ bastata mezzora di visione per far scaturire un chiodo fisso: se a “modellare” e costruire la storia fosse stato Ferzan Ozpetek, sarebbe uscito sicuramente qualcos’altro. Certo non quello che abbiamo visto.

La scrittura scivola nella soap e lì rimane. Gli interpreti, per quanta buona volontà ci mettano, sono poco convincenti e credibili per via di una recitazione posticcia, poco autentica. Paradossalmente sono più protagoniste le location: cristallizzate da una buona fotografia, spaziano da Lecce a Ostuni a Napoli.
Ci aspettavamo molto di più da questa miniserie in sei episodi, che sembra capitata nel posto sbagliato, un catalogo Netflix che ha ben altro da offrire, fa il verso alle telenovele e delude chi è abituato a prodotti italiani di tutt’altro livello. Un’occasione persa, viene da dire. Anche per i temi trattati, dalla transizione sessuale ai pregiudizi, che meritavano di essere rappresentati in modo decisamente diverso. Se questo è l’antipasto, speriamo che le altre portate possano fare un filino meglio. Ma non ci speriamo molto.
GIUDIZIO: 2/5
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