di Stefano Di Maria
Tenete bene a mente questo nome: Elisabeth Moss. E’ la protagonista di THE HANDMAID’S TALE, pluripremiata serie targata Hulu e disponibile in Italia sulla piattaforma TimVision. La Moss, grazie a un’interpretazione che nel cinema le sarebbe valso un Oscar, ha conquistato l’Emmy come miglior protagonista femminile in una serie drammatica. Ma i premi sono stati tanti altri per regia, fotografia e sceneggiatura (fra Emmy Awards e Golden Globe). Insomma, un capolavoro tratto dall’omonimo romanzo scritto da Margaret Atwood, che ha collaborato al progetto. Ebbene, dopo otto anni “Il racconto delle ancelle” si è concluso con la sesta stagione, lasciando un grande vuoto in tutti coloro che si sono appassionati alla vicenda di June Osborne.

La Bibbia interpretata come gli integralisti interpretano il Corano
THE HANDMAID’S TALE è ambientata in un’epoca distopica: un futuro immaginario in una società spaventosa. Dopo una guerra civile, l’America non c’è più, sostituita dal regime totalitario di Gilead. Qui, nel segno dell’integrazione religiosa che applica alla lettera la Bibbia, comandano dei leader che hanno completamente sottomesso le donne: siccome le nascite sono diminuite in modo esponenziale, tutte quelle fertili vengono schiavizzate assegnandole a coppie che non possono avere figli. Sono le ancelle, le cui sofferenze sono rappresentate dal racconto di Difred (chiamata così per indicare che è di proprietà di Fred): è June Osborne (Elizabeth Moss). Come le altre ancelle, deve sottomettersi ai continui stupri del suo padrone Fred perché possa essere ingravidata e poi lasciare il figlio alla famiglia, in attesa di essere assegnata a un’altra coppia non fertile. Tutto attorno ruota il mondo delle Marta, domestiche che aiutano le mogli dei padroni, degli “occhi” che controllano chi tradisce e delle “zie” che addestrano le ancelle. Ma June si ribella e rischierà più volte la vita per sconfiggere il regime di Gilead.
Un degno finale intriso di coraggio e speranza
In questa stagione conclusiva la tensione è massima, ci sono scene angoscianti, altre che potrebbero urtare le persone più sensibili. Tuttavia chi conosce THE HANDMAID’S TALE sa bene che può essere sconvolgente, come un pugno nello stomaco. Non vengono fatti sconti nemmeno in questo capitolo conclusivo, che vede al centro il rapporto fra June e la sua ex padrona Serena, in fuga come lei ma sempre legata a Gilead.

I temi trattati nelle stagioni precedenti trovano qui il loro apice, contrapponendo il potere degli uomini al coraggio delle donne sottomesse di unirsi per reagire a un trattamento che le annulla come esseri umani (nascondendo il loro viso come nelle peggiori teocrazie del mondo) per schiavizzarle. E qui corre la riflessione distopica: è un pericolo reale in Occidente? La nostra società potrebbe mai vivere condizioni economiche e demografiche tali da rischiare di tornare all’epoca feudale? Nel suo epilogo la storia di June, strappata alla figlia e al marito, è una speranza: fra tanta sofferenza, ha quella forza e quella determinazione che, a un certo punto, riescono a tirar fuori tutte le ancelle per ribellarsi, riconquistando la dignità perduta.
Cogliere i segnali prima che sia troppo tardi
A colpire, ancora una volta, sono le interpretazioni di un cast a dir poco strepitoso, una regia ispirata (la stessa Elizabeth Moss dirige i due episodi migliori) e una fotografia che in ogni scena mette in risalto i colori degli abiti: azzurri quelli delle mogli, rossi e bianchi quelli delle ancelle, come a voler enfatizzare – con il colore del sangue – le violenze subite ma anche la rabbia e la forza che possono sconfiggere qualunque bestialità.
Ci mancherà tanto THE HANDMAID’S TALE, pur consapevoli che tutto ha una fine e che la serie Hulu non aveva altro da dire. Ha chiuso il suo cerchio in modo convincente, questo capolavoro, come storia di riscatto e perdono, ma anche con la speranza di avere cambiato un po’ noi spettatori e il mondo. Il messaggio che ci lascia è di cogliere i segnali di una società che vuol togliere le libertà e di agire prima che sia troppo tardi.
IL NOSTRO VOTO:
5/5
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