di Sara Calzavacca
Esistono parole che cambiano giornate, altre che cambiano l’intera traiettoria di una vita.
Nel percorso oncologico, la diagnosi è il punto esatto in cui il tempo si spacca in due, come l’anno 0 della nascita di Cristo: a.C. e d.C.
L’iniziale è anche la stessa.
E ciò che determina la profondità di quella spaccatura è sicuramente il contenuto della notizia, ma anche come quella notizia viene data.
Nella condivisione della settimana scorsa, Liliana lo racconta con estrema chiarezza: “La notizia fu devastante, mi colpì con la violenza di una frustata”. A colpirla non è stata esclusivamente la diagnosi ma anche il modo in cui le è stata consegnata: “La dottoressa me lo comunicò in modo freddo e sbrigativo, parlando veloce, tecnica, distante (…). Avrei avuto bisogno di vicinanza, empatia, il calore di una mano, di uno sguardo incoraggiante: non li ho avuti”. Si tratta di un trauma aggravato da una cattiva comunicazione.
E quella di Liliana non è un’eccezione: in questi anni di divulgazione e condivisione della mia storia, ho ricevuto messaggi di decine di persone che riportavano la stessa sensazione: un referto che arriva come un foglio fatto scivolare su un tavolo, senza contatto visivo, senza partecipazione emotiva.
La comunicazione della diagnosi che cambia la vita
“Si parla della malattia, ma non della persona” scrive Liliana. E leggendo questa sua frase la prima volta mi sono chiesta se la cura di un paziente, intesa in senso più ampio di una terapia farmacologica, non debba partire proprio da qui.
E’ un tema presente da anni: la comunicazione è da considerare parte integrante del trattamento?
Sì, lo è. Non è un dettaglio, un optional.
Il momento della comunicazione della diagnosi è il seme del rapporto medico-paziente. Mette le basi per costruire una fiducia senza la quale il paziente stesso, consciamente o inconsciamente, farà resistenza ai procedimenti clinici che seguiranno e troverà complesso chiedere aiuto.
Stiamo parlando di un momento di estrema vulnerabilità. Si attiva la paura di morire e con essa precipitano nel nulla tutte le certezze, gli equilibri, i progetti e gli obiettivi. Un gesto, una pausa, uno sguardo possono cambiare tutto. Non cancellano la malattia, ma possono impedire che la persona precipiti nel buio con tutto il resto della sua vita.
Nella condivisione di Liliana troviamo quindi un altro forte messaggio: la comunicazione non è un accessorio, è un presidio di cura. Se la diagnosi viene comunicata senza empatia, il paziente non si sentirà solo travolto dalla gravità di quello che gli sta succedendo ma anche di non avere un posto in cui poter poggiare lo smarrimento che sente.
Quando parliamo di diagnosi, è giusto parlare anche di responsabilità relazionale.
Il primo passo di un percorso così complicato, necessita (e merita) parole e gesti scelti con cura per essere accompagnato nella direzione giusta.
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