Storia e territorio, alla scoperta delle fornaci di Garbagnate.
Le “fornaci” di Garbagnate hanno segnato l’inizio dell’era dell’industrializzazione del territorio. Lo storico Salvatore Capodici ne ha studiato e approfondito l’origine: intervistato dal Notiziario, ha fornito preziose informazioni che proponiamo ai nostri lettori.
Quali furono le caratteristiche del territorio garbagnatese nel lontano passato?
“Oggi Garbagnate gode di una vasta gamma di piccole e medie industrie che danno occupazione a uomini e donne, ma quando e come è iniziata l’attività industriale sul territorio? La risposta risale al 1782, anno di nascita dell’industria dei mattoni e dei laterizi. Le prime industrie sorsero infatti alla fine del Settecento con la costruzione delle prime fornaci, che conobbero il loro pieno sviluppo nell’Ottocento e rimasero attive, fino alla definitiva chiusura, anche negli anni Ottanta del Novecento.
Il primo embrione industriale si costituì tra il 1782 e il 1784 con la costruzione di una fornace per mattoni realizzata dalla Casa Weill-Weiss. Già nei primi decenni dell’Ottocento, nel caseggiato annesso alla fornace risiedevano tre famiglie. Garbagnate, grazie al giacimento del suo terreno ferrettizzato nella parte orientale del territorio (oltre l’odierna ferrovia), rappresentava un luogo particolarmente adatto a questo tipo di industria, che in seguito si sviluppò ulteriormente. Infatti, poco più di cento anni dopo, alla prima fornace si aggiunse quella dell’ingegner Luigi Marazza, possidente di Garbagnate, che nel 1888 aprì una nuova fornace, più moderna e di grandi dimensioni, dotata di 32 forni a fuoco continuo, con una produzione annua di circa 16 milioni di mattoni pieni. Nel caseggiato annesso vi risiedevano quattro famiglie”.
Arrivati al Novecento, quali furono le principali variazioni?
“Già nel 1920 erano attive quattro fornaci: la Fornace Beretta e Gianotti (ex Marazza, detta anche Fornace Americana) e quella della Ditta Fusi & C., operative per gran parte del Novecento; le altre due, la Fornace Dotti e la Fornace Macciacchini, cessarono prima l’attività produttiva. In origine tutte producevano mattoni pieni, cunei per ciminiere, paramani per il rivestimento di caldaie e facciate di edifici, nonché sagomati speciali per chiese e cappelle funerarie. Dalla seconda metà del Novecento si iniziò invece la produzione di blocchi speciali in laterizio per murature verticali.
Questa attività costituì il primo vero nucleo occupazionale industriale del territorio. La manodopera era numerosa, soprattutto prima della meccanizzazione delle fornaci, avvenuta nell’ultimo dopoguerra. Basti pensare che il ferretto — la materia prima — veniva inizialmente trasportato con vagoncini trainati da cavalli, muli o asini, successivamente sostituiti da locomotori diesel o elettrici. L’escavazione, praticata inizialmente a mano, venne poi effettuata con escavatori a tazze e ruspe. Queste trasformazioni ridussero notevolmente il numero degli addetti: molto elevato nella prima metà del Novecento, più contenuto nella seconda, fino a raggiungere circa 50 lavoratori nelle due fornaci rimaste attive, contro le oltre 200 unità precedenti alla meccanizzazione”.
Seguendo storicamente la vita di questa industria a Garbagnate, cosa emerge?
“Le fornaci si svilupparono nel vasto territorio a levante di Garbagnate, comprendente anche i comuni limitrofi, noto come Groane. L’etimologia del termine, probabilmente di origine dialettale, potrebbe indicare una terra dura e poco coltivabile, argillosa e ferrettizzata: un suolo povero, brullo e impermeabile. Secondo don Carlo Gianola, parroco di Garbagnate dal 1871 al 1911 e autore di importanti memorie storiche, l’antico termine Gruvana deriverebbe invece dalla presenza numerosa della gru (grus cinerea), che nidificava in queste zone. La formazione di questo strato di terreno è dovuta alla sovrapposizione, su un fondo alluvionale preesistente, di fango, detriti e ciottolame provenienti dalle piene originate durante la glaciazione Mindel e nei periodi interglaciali Mindel- Riss, circa 500 mila anni fa. La decomposizione di questi materiali ha generato il cosiddetto ferretto, materia prima fondamentale per la produzione dei laterizi”.
Perché questa attività ebbe successo?
“Perché, oltre all’abbondanza della materia prima, la posizione delle fornaci risultava strategica, essendo vicina al vasto mercato edilizio milanese, che soprattutto nei periodi post-bellici registrava una forte domanda di manufatti, in particolare del mattone pieno”.
Quali furono le principali fornaci di Garbagnate?
“Tra le più importanti si ricordano la Weill-Weiss, attiva già dal 1782-1784, poi Fornace Litta e quindi Fusi-Macciacchini; più a nord la Fornace Pietro Soresi (documentata già nel 1835), seguita dalla Fornace Maggioni e dalla Fornace Poggi. Nel 1887 sorse la Fornace Marazza, poi Beretta-Gianotti. La più recente fu la Fornace Macciacchini”.
Quali erano le fasi di lavorazione?
“Le fasi iniziavano con l’estrazione del terreno argilloso, trasportato in fornace per formare il banco d’argilla, costituito da buche chiamate foppe. L’argilla veniva poi miscelata con altre terre per migliorarne la plasticità. La lavorazione proseguiva nelle mattoniere, macchine dedicate alla produzione dei mattoni, delle tegole e di altri manufatti speciali. I mattoni crudi venivano quindi posti ad asciugare sotto le gambette , strutture rudimentali che li proteggevano da pioggia e sole eccessivo.
Dopo un periodo di essiccazione di 8-15 giorni, i mattoni venivano cotti nei forni per 45-50 ore, sotto il controllo dei fuochisti. Una volta sfornati, i manufatti venivano destinati ai mercati di vendita, soprattutto Milano, Varese e Como, ma anche a località più lontane.
Il lavoro era duro e richiedeva numerosa manodopera stagionale. Le maestranze provenivano inizialmente da Garbagnate, poi dall’immigrazione friulana-veneta, bergamasca e successivamente da altre regioni italiane, spesso alloggiate in strutture annesse alle fornaci. Per questo motivo i garbagnatesi risultavano presenti in misura marginale. Le condizioni di lavoro portarono alla nascita, attorno al 1918, della Lega dei Fornaciari, sostenuta dalla Chiesa locale, per migliorare le tutele dei lavoratori.
Tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, anche a causa di nuovi vincoli ambientali legati all’istituzione del Parco delle Groane, l’attività fornaciara cessò definitivamente”.
M.G.


