Il “problema” non sono e non possono essere i profughi o gli uomini e le donne richiedenti protezione. Il problema, come sempre, almeno da noi, è l'Italia. Uno Stato che continua ad agire in “emergenza” di fronte ad un fenomeno che ormai da tempo non può più essere definito emergenza, poiché ampiamente prevedibile e previsto (addirittura dal Pentagono, dove di crisi internazionali se ne intendono, si stima che proseguirà per i prossimi vent'anni). Ma c'è un motivo ben preciso: con l'emergenza è consentito fare in fretta, saltare tutta una serie di passaggi burocratici e di controllo e delegare il “problema” ai privati, in cambio ovviamente di fiumi di denaro pubblico, su cui poi quasi nessuno mette più il becco. Così negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di cooperative di varia estrazione politica o confessionale (ce n'è per tutti) che hanno dato vita ad una vera e propria “industria dell'accoglienza”. Accanto a migliaia di generosi volontari che agiscono spinti da reale spirito umanitario, non si può negare che, in Italia, ci siano molti, soprattutto giovani, che semplicemente hanno trovato un lavoro, che di questi tempi non è certo cosa da poco. Poi giudicate voi a chi conviene trattenere persone per ben 18 mesi (tempo medio di completamento dell'iter per stabilire il diritto o meno a una forma di protezione) in un Paese (il nostro) in cui la maggior parte di esse non vorrebbe restare.
Gabriele Bassani
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