
Il Covid ha portato nell’ultimo anno grossi cambiamenti nelle nostre vite, ma non è detto che siano tutti negativi. Molti di voi avranno letto sui giornali che, con la “ripartenza”, si è scoperta una drammatica carenza di camerieri nei ristoranti. Perchè? Perché mentre i locali erano chiusi tanti camerieri hanno cercato lavori alternativi e vi si sono affezionati, al punto da non voler più tornare indietro.
So per esempio di un capo cameriere di un locale che ha cominciato a lavorare come manovale in un cantiere e, al momento di tornare al vecchio lavoro, ha detto di no. Ma so anche di una giovane donna che aveva un prestigioso lavoro nell’area della ristorazione in centro a Milano, durante il lockdown ha cominciato a insegnare in una scuola e ora mi racconta di essere la donna più felice del mondo: ha riscoperto la bellezza di stare coi bambini, il piacere di vivere la propria cittadina, la possibilità di godersi la sua famiglia…
Queste sono situazioni che mi fanno riflettere: a volte ci facciamo travolgere dal lavoro al punto che non riusciamo più a fermarci; deve arrivare un virus per costringerci a staccare la spina, a riflettere e pensare alla qualità della nostra vita.
Qualcuno, nella sfortuna, ha avuto questa fortuna, altri invece no, non si sono mai fermati e dunque non hanno potuto riflettere davvero. Ma siamo proprio sicuri che la vita che facciamo sia la migliore e che non ci sia davvero modo di cambiarla?
Piero Uboldi
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