HomeBUONO A SAPERSIUn anno di pandemia per l’euro

Un anno di pandemia per l’euro

pandemia euro mascherinaDa più di un anno, l’Italia e il resto del mondo vivono una situazione che ha influenzato tutti gli aspetti della nostra vita. Dal lavoro, all’istruzione dei nostri figli fino alla routine quotidiana, la pandemia ha cambiato tutto. In questo articolo discuteremo l’influenza della pandemia sull’euro e il suo valore.
La storia racconta che L’Europa ufficialmente è risultata “contagiata” dal Covid-19 a gennaio 2020 quando i primi casi sono stati registrati in Francia e Italia. La diffusione della pandemia è risultata molto rapida e nel giro di poche settimane tutto il continente europeo è stato avvolto da un pesante clima di preoccupazione che ha poi trovato il suo drammatico apice a marzo, quando 250 milioni di cittadini europei sono stati costretti a entrare in lockdown.

La corsa verso il porto sicuro del dollaro

L’euro in quei giorni di marzo ha registrato sui mercati un minimo che non vedeva dal 2017, scivolando sotto 1.07 nel rapporto di cambio con il dollaro americano. Il pessimismo dilagava, il più classico dei safe haven attirava gli investitori. Giuseppe Romano, capo redattore del sito forex eurusd.it spiega : “Quando tutto viene venduto in maniera indiscriminata, dalle azioni alle commodities, gli investitori hanno un unico porto sicuro verso cui puntare e si chiama titolo di stato americano. Di conseguenza il caro vecchio biglietto verde risulta la valuta più desiderata.”

La recessione diventa globale

La pandemia, però, ha cominciato ad allargarsi a macchia d’olio colpendo prima paesi di confine come Gran Bretagna e Russia, in seguito varcando l’oceano Atlantico ed entrando a piè pari negli Stati Uniti. Il paese nordamericano era destinato a diventare la nazione con il numero di contagi e morti più alto al mondo anche a causa della folle gestione dell’epidemia del Presidente Trump.
In quel momento il mercato ha percepito che la recessione causata dai lockdown non sarebbe arrivata solo in Europa ma sarebbe diventata un affare globale. Tutte le banche centrali del mondo si sono attivate con tagli nei tassi di interesse e piani di iniezione di liquidità tramite QE. Gli Stati Uniti sono stati i più veloci, portando immediatamente i tassi a zero e lanciando un piano di riacquisto dei bond da 700 miliardi.
La BCE a giugno ha rilanciato il suo piano di acquisto dei titoli obbligazionari già attivo aumentandolo di 600 miliardi e portandolo a 1350 miliardi totali. Un’iniezione di liquidità che, assieme ai tassi negativi, nelle intenzioni della banca centrale avrebbe dovuto sostenere famiglie e imprese colpite duramente dalla pandemia.

BCE e Recovery Plan risollevano l’euro

La prontezza della BCE rispetto alla tradizionale prudenza che aveva caratterizzato Francoforte prima dell’era Draghi, ha fatto bene all’euro che ha avviato un deciso recupero verso le principali valute. Ma il piatto forte che ha dato una spinta decisiva alla moneta unica europea è stata l’approvazione, dopo estenuanti trattative, del Recovery Plan, poi ridenominato Next Generation EU. In un momento nel quale l’Europa si stava dividendo dalla Gran Bretagna, i governanti del Vecchio Continente sono riusciti a luglio 2020 a effettuare per la prima volta una scelta di politica economica di portata epocale condivisa.
Un piano di stanziamento da 750 miliardi, oltre la metà rappresentata da sussidi a fondo perduto per finanziare la ripresa post pandemia. Dopo quattro giorni di trattativa il “deal” twittato dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha suggellato un passo storico per l’Unione Europea facendo scattare ancora più in avanti l’euro. La moneta unica in poche sedute è riuscita a passare da 1.12 contro dollaro a 1.20 alla fine di agosto. L’ottimismo attorno all’euro ha toccato livelli decisamente elevati.

L’upgrade da parte degli investitori era motivato dalla risolutezza con la quale BCE e politici europei avevano deciso di affrontare la crisi. Questa significava riduzione del differenziale di crescita e inflazione verso gli Stati Uniti e il resto del mondo. Quindi, una valuta più forte, anche per effetto di una domanda interna che avrebbe trovato grande vigore dagli stanziamenti pubblici soprattutto in paesi come quelli dell’Europa meridionale, colpiti più duramente dalla pandemia e con un ritardo cronico in termini di infrastrutture e disoccupazione.

I rapporti di forza tra valute misurati dall’efficacia dei piani vaccinali

Dopo qualche mese di incertezza la corsa dell’euro è proseguita fino a dicembre sfruttando il clima di incertezza attorno all’esito delle elezioni americane che aveva trasformato l’Europa in un porto sicuro. Purtroppo, poco dopo è accaduto l’imprevedibile. Una nuova ondata di pandemia combinata a un piano di vaccinazione che con il passare dei mesi ha fatto scoprire le carenze europee soprattutto legate alla produzione e alla distribuzione dei vaccini stessi all’interno dei paesi dell’Unione.
Mentre in America Biden si insediava alla Casa Bianca favorendo l’approvazione al Congresso di un maxi piano di aiuti all’economia da quasi due trilioni di dollari, paesi come gli Stati Uniti stessi o la Gran Bretagna avviavano piani di vaccinazione di massa molto ambiziosi forti della produzione di multinazionali domestiche come Pfizer e Moderna negli USA e AstraZeneca in UK.

Fin da subito i mercati hanno fatto le loro scelte di allocation, guardando proprio alla velocità di vaccinazione. Investire nelle aree potenzialmente capaci di uscire il prima possibile dai lockdown con conseguente ripartenza delle attività produttive e dei servizi alla persona, è diventata la strategia vincente. Riaprire ristoranti, negozi, attività collegate al turismo, cinema e teatri avrebbe potuto riaccendere quella fiammella di crescita che banche centrali e governi hanno saputo mantenere accesa con maxi stimoli monetari e fiscali.
I ritardi nelle consegne di vaccini all’Europa hanno così cominciato a incidere sulle valutazioni dell’euro fin dai primi giorni del 2020, e la cosa è stata evidente soprattutto nel rapporto con la sterlina inglese. Pur essendo stata danneggiata da una Brexit formalizzata a dicembre, la valuta britannica è infatti riuscita a guadagnare oltre il 7% contro euro in un rincorrersi di spread da vaccini iniettati sempre più ampio e che nel paese britannico ha superato ormai il 50% della popolazione adulta.

Un bilancio annuo a due facce per l’euro

Il bilancio di questo primo e si spera ultimo anno di pandemia per l’euro ha due facce. Vincente contro valute tradizionali come dollaro, yen e franco svizzero grazie a un ritrovato appetito per il rischio da parte degli investitori. Perdente contro le valute del Nord Europa e dell’area oceanica, ovvero aree del mondo dove la pandemia è stata sconfitta o comunque domata tramite piani vaccinali rapidi ed efficaci. La speranza è che l’euro sappia agganciare questo secondo treno nel più breve tempo possibile.


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