
Non sono molto confortanti i dati emersi in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids, che si è tenuta lo scoso 1 dicembre. Pare proprio che questa terribile malattia, che non ha ancora una cura definitiva, ci riguardi ancora, e soprattutto riguardi tutti.
Molte persone infatti associano ancora la malattia alla tossicodipendenza, alla prostituzione o alla popolazione omosessuale. Oggi questa però non conosce ostacoli, né di ceto sociale, né di orientamento sessuale.
La trasmissione dell’infezione non accenna a fermarsi: ogni anno vengono diagnosticati 4.000 nuovi contagi. Questo è quanto ammesso dal professor Andrea Gori, direttore della Divisione malattie infettive del Policlinico di Milano e membro del direttivo di Anlaids.
Il dato più allarmante è però un altro: il contagio sembra estendersi anche a tutte quelle persone che considerano l’Aids una malattia che non li riguarda: primi tra tutti gli ultra sessantenni.
La tendenza non è ancora così decisa, ma esiste e sembra in aumento. I motivi sono abbastanza facili da comprendere: allungandosi la vita media, è cambiata anche la sessualità dei 60-70enni.
Inoltre le separazioni tardive, con conseguente vita sessuale più promiscua rispetto al passato, l’uso ormai “sdoganato” delle “pillole blu” e naturalmente il sesso a pagamento senza adeguata protezione non hanno certamente aiutato il contenimento della diffusione della malattia.
I dati valgono sia per gli uomini che per le donne, che, ricordiamo, sono più soggette a contrarre la malattia.
Nessuno, infatti, è immune dal rischio di contrarre il virus dell’Hiv, ma con una diagnosi tempestiva, si muore di meno.
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