Nove ragazzi in un’auto da cinque. È un dettaglio che si può leggere in fretta, un numero dentro una cronaca. Ma se ci si ferma un istante, quel numero racconta tutto. Racconta di un’età in cui il pericolo non esiste, in cui si è immortali per statuto, in cui stringersi in un abitacolo è soltanto un modo per non separarsi, per portare a casa insieme la notte, la musica, le risate.
Probabilmente l’abbiamo fatto tutti. Ma all’alba di domenica, a Senago, quell’auto è finita nel Villoresi. Tre di quei ragazzi non sono più risaliti. Sono annegati a pochi chilometri da casa, nel buio di un canale costruito per dare la vita, ma che sempre più spesso è sinonimo di morte.
La vera domanda ora non è come impedire ai ragazzi di fare i ragazzi. È come facciamo noi — genitori, comunità, istituzioni — a ridurre il margine tra la bravata e l’irreparabile, sapendo che quel margine esisterà sempre.
Non serve puntare il dito contro nessuno, neppure contro il diciannovenne alla guida, che dovrà rispondere dei fatti davanti a un giudice e davanti a sé stesso per il resto della vita.
Non serve neppure invocare più controlli, più divieti, più severità: sono parole che ripetiamo a ogni tragedia e che ogni tragedia dimostra insufficienti.
Nove famiglie domenica mattina si sono svegliate in un mondo diverso, per tre di esse la vita è cambiata per sempre. A loro non servono le nostre parole. A noi tutti serve riflettere, ma non dimentichiamo quei nove ragazzi prima del prossimo fine settimana.
Piero Uboldi





