Tenete bene a mente questo nome: Elisabeth Moss. E’ la protagonista di THE HANDMAID’S TALE, pluripremiata serie targata Hulu e da pochi giorni disponibile su Netflix. La Moss, grazie a un’interpretazione che nel cinema le sarebbe valso un Oscar, ha conquistato l’Emmy come miglior protagonista femminile in una serie drammatica. Ma i premi sono stati tanti altri per regia, fotografia e sceneggiatura (fra Emmy Awards e Golden Globe). Insomma, un capolavoro tratto dall’omonimo romanzo scritto da Margaret Atwood, che ha collaborato al progetto.

THE HANDMAID’S TALE – La trama
La storia è ambientata in un’epoca distopica: un futuro immaginario in una società spaventosa. Dopo una guerra civile, l’America non c’è più, sostituita dal regime totalitario di Gilead. Qui, nel segno dell’integrazione religiosa che applica alla lettera la Bibbia, comandano dei leader che hanno completamente sottomesso le donne: siccome le nascite sono diminuite in modo esponenziale, tutte quelle fertili vengono schiavizzate assegnandole a coppie che non possono avere figli. Sono le ancelle, le cui sofferenze sono rappresentate dal racconto di Difred (chiamata così per indicare che è di proprietà di Fred): è June Osborne (Elizabeth Moss). Come le altre ancelle, deve sottomettersi ai continui stupri del suo padrone Fred perché possa essere ingravidata e poi lasciare il figlio alla famiglia, in attesa di essere assegnata a un’altra coppia non fertile. Tutto attorno ruota il mondo delle Marta, domestiche che aiutano le mogli dei padroni, degli “occhi” che controllano chi tradisce e delle “zie” che addestrano le ancelle. Ma June si ribella e rischierà più volte la vita per sconfiggere il regime di Gilead.
THE HANDMAID’S TALE – La recensione
Chi conosce THE HANDMAID’S TALE sa bene che può essere sconvolgente, come un pugno nello stomaco. I temi trattati contrappongono il potere degli uomini al coraggio delle donne sottomesse di unirsi per reagire a un trattamento che le annulla come esseri umani (nascondendo il loro viso come nelle peggiori teocrazie del mondo) per schiavizzarle. E qui corre la riflessione distopica: è un pericolo reale in Occidente? La nostra società potrebbe mai vivere condizioni economiche e demografiche tali da rischiare di tornare all’epoca feudale? Nel suo epilogo la storia di June, strappata alla figlia e al marito, è una speranza: fra tanta sofferenza, ha quella forza e quella determinazione che, a un certo punto, riescono a tirar fuori tutte le ancelle per ribellarsi, riconquistando la dignità perduta.

A colpire sono le interpretazioni di un cast a dir poco strepitoso, una regia ispirata (la stessa Elizabeth Moss dirige i due episodi migliori) e una fotografia che in ogni scena mette in risalto i colori degli abiti: verdi quelli delle mogli, rossi e bianchi quelli delle ancelle, come a voler enfatizzare – con il colore del sangue – le violenze subite ma anche la rabbia e la forza che possono sconfiggere qualunque bestialità. Una storia di riscatto e perdono, ma anche con la speranza di avere cambiato un po’ noi spettatori e il mondo. Il messaggio che ci lascia è di cogliere i segnali di una società che vuol togliere le libertà e di agire prima che sia troppo tardi.
IL NOSTRO VOTO:
10
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