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Coronavirus, plasma, tamponi e ondata di ritorno, parla il medico che ha curato il “paziente 1”

coronavirus Cesare Perotti paziente zero Il Notiziario ha intervistato Cesare Perotti del S.Matteo di Pavia, che ha curato il paziente 1 a febbraio.

Il paziente 0 è il tedesco contagiato tra il 25 e il 26 gennaio come ipotizzato dall’Ospedale Sacco o è l’aresino contagiato il 15 gennaio come asserisce uno studio di Regione Lombardia?

Nell’attesa di scoprire matematicamente la verità o dell’ultima scoperta, abbiamo intanto intervistato il dottor Cesare Perotti, ematologo, direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale del San Matteo di Pavia che il paziente 1, Mattia, intanto lo ha curato con successo a partire dal 22 febbraio.

Perotti, insieme al collega del San Matteo Fausto Baldanti, primario di virologia e microbiologia, sovraintenderà alla raccolta del plasma e ai controlli virologici di “Tsunami”.

Plasmaferesi. Plasma convalescente iperimmune. Infusione di plasma iperimmune. Qual è dottor Perotti la terminologia corretta per indicare la terapia che avete adottato a Pavia e Mantova per curare i malati Covid?

“Sono tutti sinonimi. Basta intendersi. Il plasmaferesi è la tecnica che permette di raccogliere il plasma iperimmune basata su un separatore cellulare in grado di separare il sangue intero di un soggetto in globuli rossi, piastrine e plasma. Il plasma viene colto automaticamente. Tutto il resto viene restituito al paziente. Il plasma iperimmune è la parte finale di tutto il processo contenente tanti anticorpi in grado di uccidere il virus e di rendere immune e capace di difendersi il soggetto che è venuto in contatto con il virus. L’infusione è il trasferimento per endovena all’ammalato del plasma iperimmune di un convalescente”.

Quali caratteristiche di laboratorio deve avere il plasma per essere ritenuto idoneo a essere utilizzato per la cura dei malati Covid?

“Deve contenere gli anticorpi specifici contro il virus. Quindi vuol dire che il donatore, chiamiamolo convalescente, prima di sottoporsi alla raccolta deve fare test per verificare che ci siano nel suo plasma circolante gli anticorpi specifici contro il virus”.

Gli immuni al virus lo sono perché sul loro corpo il virus non ha presa o lo sono perché si sono ammalati e sono guariti grazie ai propri anticorpi?

“Sono quelli guariti grazie al proprio sistema immunitario che ha prodotto gli anticorpi contro il virus. Quelli che non ce la fanno a produrli in modo efficiente si ammalano”.

Perché se dal prelievo del sangue risulta superata la malattia è necessario comunque procedere al prelievo delle mucose con il tampone?

“Perché si deve essere sicuri che il virus, che è un virus Rna, sia scomparso. Si possono avere ancora dei residui del virus rilevabili con i tamponi e avere al contempo sviluppato gli anticorpi che lo hanno contrastato. Le indagini ora in corso sono in molecolare: basta una piccolissima quantità di residuo di virus per risultare ancora positivi al tampone”.

In quel caso, la persona che ha superato la malattia e ha ancora dei residui del virus è contagiosa per gli altri o no?

“Bella domanda. Probabilmente no. Però non lo sappiamo ancora. Pertanto essendoci questa finestra di incertezza la normativa ha stabilito che per essere definiti guariti sono necessari due tamponi negativi consecutivi, uno dopo l’altro”.

Qui si apre la questione tamponi. Nella cronaca c’è di tutto e di più. Chi è risultato positivo, poi negativo, poi ancora positivo….

“E’ una questione di tecnica di esecuzione e di sensibilità estrema del tampone. Si tratta di una tecnica di rilevamento che comporta attrezzature, una certa dimestichezza e avere la possibilità quasi industriale di farli a tappeto e non ce ne sono a sufficienza”.

L’insicurezza dei tamponi impatta tuttavia sulla mappatura dei contagiati. E’ il cane che si morde la coda…

“Adesso però vi è la possibilità dei test sierologici per andare a vedere se nel sangue vi sono le immunoglobuline che raccontano il nostro passato recente, ossia se siamo venuti in contatto con il virus in un tempo antecedente, settimane o mesi. Questo serve per avere un’idea di quella che è stata la diffusione del virus. E’ molto più semplice da fare ed è applicabile su vasta scala”.

E’ quanto vi approcciate a fare con “Tsunami”, che dovrebbe costituire una banca dati dei donatori.

“Certo. E’ un’ indagine epidemiologica per avere un’idea di quella che è stata la reale diffusione del virus, la reale capacità degli individui venuti a contatto con il virus di sviluppare, chiamiamola immunità, anche se è un po’ presto per capire quanto durerà questa immunità”.

Speriamo il tempo necessario affinché venga sviluppato un vaccino

“Ebbene sì. Noi abbiamo fatto questa terapia con il plasma per aumentare le possibilità di cura. Nulla a che fare con l’auspicabile arrivo del vaccino, che è un’altra cosa”.

Il vostro studio epidemiologico si incrocerà con quello del campione Istat?

“Sono totalmente diversi. Noi facciamo il nostro sul territorio, in Lombardia. Poi vi saranno quelli delle altre regioni e a livello nazionale. Si fanno queste indagini a seconda del proprio sistema sanitario nazionale o secondo l’incipit dell’Istituto superiore di sanità. Si capisce che si devono testare centinaia di migliaia di persone se non milioni. Peccato che lo studio con Pisa che ci vede coinvolti sia partito troppo tardi”.

Perché?

“Perché, visto che la curva del contagio sta diminuendo, tra un po’ non ci saranno più gli ammalati, si spera. Perché tra un po’ non ci saranno più i convalescenti, si spera. Per la terapia con il plasma ci vuole il plasma. Quindi i convalescenti. Se non ci sono o sono di molto diminuiti, diventa complicato reperire il plasma con il titolo di anticorpi necessario”.

La terapia con il plasma è applicabile a tutti i pazienti affetti dal Covid o è adatta soltanto a una tipologia di questi pazienti?

“Noi abbiamo imparato strada facendo, iniziando con i pazienti in fase di peggioramento per evitare che andassero in rianimazione e quindi che venissero intubati. Ossia, nella finestra intermedia in cui il paziente non riesce a farcela da solo e deve stare con il casco piuttosto che con l’ossigeno ad alta erogazione”.

Ma ciò è stato fatto perché vi era poco plasma e dovevate ottimizzare?

“Attenzione. Fino ad adesso i 46 pazienti trattati al San Matteo con il titolo sono il più alto numero di pazienti studiati scientificamente. Il problema era la rapidità d’intervento in un momento drammatico”.

La terapia del plasma iperimmune del san Matteo ha dovuto superare un mare magnum di polemiche. Fra queste il fatto che non vi fosse uno studio basato sull’isolamento del virus, la sua messa a coltura e sperimentato sull’animale. Cosa risponde?

“Che si è proceduto sulla base dei protocolli di studio e terapia. Ossia con uno studio di fattibilità, non randomizzato perché in un momento di grave crisi sanitaria organizzare uno studio randomizzato vuol dire perdere un mese, un mese e mezzo, mentre noi dovevamo partire subito. Abbiamo seguito le vie che si devono seguire. Avevamo il virologo. Avevamo il comitato etico che ci ha dato il via libera e avevamo il via libera del Centro nazionale sangue che ci ha autorizzato alla raccolta e che è la nostra autorità centrale di riferimento, che ci ha autorizzato alla raccolta. Quando li curavamo i nostri malati? Fra tre epidemie?”.

Tutte le persone guarite dal Covid possono donare il plasma o non tutti lo possono donare?

“Vi sono dei criteri restrittivi a protezione del donatore. Tutti coloro che hanno patologie importanti non possono donarlo. Pertanto non lo possono donare ex infartuati, persone con un diabete scompensato o con una malattia cardiovascolare o con un tumore”.

E’ vero che il virus ora è mutato e sta provocando più infarti che polmoniti?

“Il virus che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi ha questa predisposizione a interessare le vie respiratorie, ma come ematologo e come medico interno della vecchia scuola dico che si tratta di una malattia sistemica che incide anche fortemente sull’aspetto coagulativo, quindi trombi, cardiaco quindi interessamento dei vasi, l’apparato gastrointestinale. A tutto tondo”.

Quindi i sintomi non sono soltanto febbre, perdita di olfatto, sapore….

“Quelli sono i più caratteristici, ma ce ne sono altri centrali che a seconda dell’individuo riguardano le energie, l’intestino, i dolori articolari”.

Stiamo parlando per esempio di coliti, affaticamento, pesantezza degli arti. Ciò indipendentemente dalla temperatura corporea?

“Spesso si accompagna. Se è grave c’è febbre elevata, interessamento polmonare, saturazione. Ma ci sono anche casi, meno frequenti, dove la febbre è quasi nulla. È un virus che è sfaccettato”.

Il problema è che tutti possiamo trovarci in una situazione del genere….

“Una comune influenza non è mica tanto lontano da questi sintomi. Soltanto che una comune influenza rimane con un po’ di dolore articolare, un po’ di abbattimento, un po’ di stanchezza. Questo va oltre. Certamente l’influenza è stata la sfortuna della Lombardia perché nel momento in cui il virus è emerso ha confuso le idee perché nel frattempo c’era anche l’influenza stagionale”.

All’ematologo chiedo: mettendo la mascherina si rischia di ossigenare meno il sangue perché si riaspira l’anidride carbonica espiata con il fiato?

“Almeno che uno non sia un cardiopatico grave, la mascherina va tenuta perché permette di non trasmettere il virus agli altri se lo abbiamo. Questo non si discute. Pazienza se si respira un po’ di CO2”.

Chi sono gli asintomatici?

“Coloro che hanno il virus e non sviluppano la malattia. Sono i più pericolosi, perché non sanno di averla e la società non sa che sono soggetti portatori”.

A settembre scoppierà un’ondata di ritorno?

“Come si fa a dirlo ora? Non lo sappiamo. Bisogna vedere come procederà la curva del contagio nei prossimi mesi. La scienza e la medicina osservano e traggono delle conclusioni”.


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