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“Sanpa, luci e tenebre di San Patrignano”, recensione – Il fine giustifica i mezzi?

 

di Stefano Di Maria

Era prevedibile che SANPA, LUCI E TENEBRE DI SAN PATRIGNANO, docuserie Netflix realizzata da Cosima Spender e Carlo Gabardini, avrebbe fatto parlare di sé. Raccontare la storia della comunità di San Patrignano non poteva che far riemergere nella memoria collettiva le ombre che da sempre hanno accompagnato questo centro di recupero per tossicodipendenti e il suo fondatore Vincenzo Muccioli. Una figura controversa, descritta attraverso i ricordi e le testimonianze dei suoi più fedeli collaboratori ma anche di coloro che, da tossicodipendenti, negli anni Ottanta vissero in prima persona la dura esperienza di recupero seguendo il cosiddetto “metodo Muccioli”: le catene per impedire la fuga, gli “scapaccioni” come fanno i padri coi figli, le punizioni, i reparti dove si lavorava più duramente (come il mattatoio) nei quali a dettare legge erano persone che non avevano la preparazione adeguata a trattare con soggetti tanto problematici.

La docuserie di Netflix racconta gli anni della nascita e della crescita di San Patrignano attraverso testimonianze (viene intervistato anche Red Ronnie, grande amico di Muccioli), immagini di repertorio girate nella comunità e filmati di telegiornali e programmi televisivi di allora. Spiccano alcune ricostruzioni che servono a inquadrare meglio eventi e fatti, ma con un respiro cinematografico che mette in ombra la genuinità della narrazione.

Gli episodi centrali trattano dell’omicidio di un ragazzo il cui corpo fu trovato nel Napoletano, coperto dallo stesso Muccioli, e di due suicidi mai chiariti. “C’è stato qualche morto? Che sarà mai se migliaia di giovani si sono salvati?”, diranno in tanti durante i processi nei quali il fondatore di San Patrignano è finito alla sbarra, trasformati in veri e propri eventi mediatici.

L’effetto della docuserie, esattamente come all’epoca, quando gli scandali della comunità di recupero dominavano i telegiornali e le pagine dei quotidiani, divide gli spettatori come all’epoca dei fatti: è giusto usare certi metodi per salvare dei giovani da morte sicura? SANPA non nasconde nulla, mostra il bene ma anche il male di San Patrignano, fa affiorare dubbi e domande. Di Vincenzo Muccioli esce il ritratto di un uomo mosso da un grande istinto paterno (descritto anche dal figlio, che gestì la struttura per 16 anni dopo la sua morte), estremamente protettivo, che volle aiutare giovani dimenticati dallo Stato e rifiutati dagli ospedali (dove contro la tossicodipendenza si usava solo il metadone). Ma emerge anche l’immagine di un uomo che, quando troppi riflettori si accesero su di lui, si sentì forse onnipotente, perse il senso della misura lasciandosi prendere la mano, inconsapevole di commettere sbagli che rischiavano di infangare una comunità che ha fatto tanto bene e che continua a farlo tutt’oggi.

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